Elli De Mon Countin’ The Blues

LP
Giugno 2021
Tiratura: 300 copie
SOLD OUT
Aprile 2023
Tiratura ristampa: 300 copie

CD
Giugno 2021
Tiratura: 200 copie SOLD OUT
Settembre 2021
Tiratura ristampa: 300 copie

Formato: Tag
Etichetta: Area Pirata

18.00

3 disponibili

Elli De Mon Countin’ The Blues

(Her first album for Area Pirata Records, Countin’ The Blues features ten songs: some, such as Elizabeth Cotten’s ‘Freight Train’ or Bessie Smith’s ‘Blue Spirit Blues’ might be considered standards.
But the album contains also some lost treasures, unearthed by Elli and brought back into the light of day.
This is a due reissue with backsleeve slighty different)Siamo veramente molto orgogliosi di annunciare che Elli è entrata in Area Pirata !!!
Elli de Mon , ha trascorso l’ultimo decennio, entusiasmando le platee di tutta Europo con il suo modo unico di interpretare e scrivere blues. Dire che è una cantante blues o un chitarrista blues è semplicemente troppo semplice: chitarra rezofonica, batteria, campane, voce: lei è, in tutti i sensi, una vera one woman band!

Fortemente influenzata dalla tradizione primordiale del blues (Bessie Smith, Fred Mc Dowell, Son House) intrecciato con il primitivo garage punk, il suono di Elli prende forma in un viaggio lisergico attraverso la sua anima. Ha condiviso i palchi con artisti del calibro di The Jon Spencer Blues Explosion, Reverand Beatman e Cedric Burnside e ha pubblicato sei album dal 2014.

Durante la gravidanza Elli ha scritto un libro sulle artiste blues degli anni ’20: “Countin’ The Blues: donne indomite” , pubblicato nel febbraio 2020, da qui la nascita del progetto di reinterpretare e registrare le canzoni di cui ha scritto nel libro, in omaggio a queste grandi donne, la cui arte è stata dimenticata dai più.

Il suo primo album per Area Pirata Records, Countin ‘The Blues contiene dieci canzoni: alcune, come” Freight Train “di Elizabeth Cotten o” Blue Spirit Blues “di Bessie Smith, potrebbero essere considerate degli standard, altri sono veri e propri tesori perduti, riscoperti e rivalorizzati dal grande talento di Elli!!!

Registrato al Lesder Studio di Treviso con l’ingegner Tommaso Mantelli, Elli ha suonato la chitarra, lapsteel, organo, batteria e sitar. Ha arrangiato l’intero album in una nuova chiave, più vicina al suo stile punk personale. Una moderna Ma Rainey che suona rock sporco!

TRACKLIST
LP:
Side A
1. Prove It On Me Blues – Ma Rainey
2. Blue Spirit Blues – Bessie Smith
3. Downhearted Blues – Alberta Hunter
4. Shave ‘Em Dry – Lucille Bogan
5. Dope Head Blues – Victoria Spivey

Side B
1. Freight Train – Elizabeth Cotten
2. Wayward Girl Blues – Lottie Kimbrough
3. When The Levee Breaks – Memphis Minnie
4. Trouble In Mind – Bertha Chippie Hill

Bonus track “Last Kind Words Blues” – Geeshie Wiley

Recorded, mixed and mastered by Tommaso Mantelli at Lesder Studio in Treviso, Italy.
Bonus track “Last Kind Words” recorded and mixed by Bruno Barcella and Alessio Lonati at Tup Studio, Brescia, Italy.

Elli de Mon: guitars, lapsteel guitar, organ, sitar, dilruba, drums, vox.
Guest:
Giusi Pesenti: spoons on Wayward Girl Blues

Cover Photo: Denis Ulliana
Design: Riccardo Bucchioni

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Recensioni:

“(…) Si parla spesso di classic blues, quello degli anni venti che le ha viste protagoniste, come un fenomeno solamente commerciale, orchestrato dalle menti bianche che seppero sfruttarlo per bene. In realtà queste artiste furono molto di più rispetto a una moda passeggera. Le donne del blues usarono infatti la musica come mezzo per raccontare la verità, per testare i propri sentimenti, per trovare la propria voce. Le loro canzoni furono un mezzo per nominare il proprio dolore, per riconoscerlo e, forse, guarire. Il blues ci restituisce la rappresentazione di una donna potente, che i media non hanno mai, forse volutamente, dato. Furono forti, sexy, aggressive, emozionali, spirituali. Soprattutto non si vergognarono mai dei loro desideri e bisogni. E combatterono per essi.” Queste righe le abbiamo estratte dal libro, Countin’ The Blues-Donne Indomite, di Elisa De Munari, Edizioni Arcana, pubblicato l’anno scorso. Non è l’ennesimo libro bio-discografico riguardo alcune blueswomen del passato, ma attraversando le loro vite, musicali, spirituali, sociali, Elisa De Munari ha raccontato con lucide riflessioni e senza veti, la forza e la determinazione di alcune di loro nella lotta quotidiana in quanto donna. Ora, dopo il libro, il cd, un personale riassunto dei blues cantati dalle blueswomen e citati nel libro. Elisa dunque torna a mostrare la sua primordiale natura, quella di musicista, con il nome di battaglia Elli De Mon è già conosciuta e apprezzata in Italia come in Europa, ed è una polistrumentista, laureata in Dams musica, diplomata in contrabbasso classico e in tradizioni musicali extraeuropee, nello specifico in sitar. Oltre ai due suddetti strumenti, suona anche le chitarre di ogni specie, l’organo e la batteria, tutti usati per il disco. La sua abilità tecnico/interpretativa la si può dunque afferrare nelle nove tracce sia in versione vinile che cd. Se a Prove It On Me Blues (Ma Rainey), le ha dato una ulteriore forza elettroacustica, Blue Spirit Blues (Bessie Smith), ha il fascino delle atmosfere cupe, mentre, Downhearted Blues (Alberta Hunter) e, Shave ‘Em Dry (Lucille Bogan), sono forse le più singolari riletture mai ascoltate per un trascinante ritmo dalle caratteristiche punk, una stessa originalità la si ascolta anche per, Dope Head Blues (Victoria Spivey), un raga blues dove Elli De Mon la rivisita suonando il sitar. Niente di scontato e ripetitivo dunque, ma tanta unicità, anche nel delicato arpeggio per, Freight Train (Elizabeth Cotten), nell’ottimo blues acustico, Wayward Girl Blues (Lottie Kimbrough), e ancora in una versione unica di, When The Levee Breaks (Memphis Minnie), e nell’altra delicata direzione per, Trouble In Mind (Bertha Chippie Hill), che chiude il cd, mentre il vinile ha una bonus track, Last Kind Words Blues (Geeshie Wiley). Scegliete voi come ascoltarlo, ma fatelo, perché è uno dei dischi dell’anno!

IL POPOLO DEL BLUES – Silvano Brambilla 07/2021

A compendio del suo ottimo libro Donne indomite pubblicato l’anno scorso, la blueswoman Elisa de Munari torna a vestire i panni di Elli de Mon e alla sua attività di musicista reinterpretando dieci dei brani citati nel suo libro e “raccontandoci” il blues, stavolta strumenti in mano. Diviso in una side elettrica, vicina dunque al suo stile canonico, e una side acustica al cui confine sta il bellissimo raga di Dope Head Blues, Countin’ the Blues pesca nel repertorio di Bessie Smith, Ma Riney, Lottie Kimbrough, Elizabeth Cotten ed altre “regine degli anni Venti”, scucendone gli stracci e ricucendoseli addosso come succede in Blue Spirit Blues, che sembra evocare Lilith and The Sinnersaints e i Pain Teens o su Downhearted Blues che sembra colare giù dalla vulva di PJ Harvey.
Oppure, sul lato più roots, il finger pickin’ di Freight Train o le rapide acustiche che ci investono “When the Levee Breaks” trascinandoci giù fino alla foce del Mississippi. Musica del demonio, certo. In mano alle donne ancora più peccaminosa. E noi ancora più pronti a cedere alle lusinghe della tentazione.

Lys Di Mauro 13/04/2021

Nuovo disco per Elli de Mon pubblicato dall’etichetta pisana Area Pirata, label che negli ultimo anni ha ridato nuova linfa vitale al Panorama legato alla Scena Beat, Garage-Punk e Neo-Psichedelica. “Countin’ the Blues”, seguito del libro scritto dall’artista vicentina e pubblicato dall’Arcana edizioni lo scorso Febbraio 2020, è un omaggio in dieci cover alla tradizione delle Blues’ Women interpretate con il medesimo spirito indomito e liberale. Nell’incalzante ritmo voodoo, punto fermo della struttura vertebrale dell’album, Elli esorcizza i demoni delle cantanti Blues, ribelli ed anticonformiste, profane e malinconiche, ma capaci di rendere immortali, attraverso le liriche, antiche tradizioni.
L’iniziale Garage di “Prove It On Me Blues” è un brano memore del lowdown dirty blues, genere meglio noto come blues sporco; “Blue Spirit Blues” è una ballata alla PJ Harvey, “Downhearted Blues” è atavicamente suonato alla sua maniera mentre “Shave ‘Em Dry” ricorda i White Stripes. L’esotica “Dope Head Blues” è un raga psichedelico, “Freight Train” una preghiera dal sense doloroso, “When the Leeve Breaks” e “Wayward Girl Blues” sono un Country del Delta ad Ovest del Mississippi.
Pervade un senso di bivalenza musicale, in “Trouble in Mind” aleggia il fantasma di June Carter Cash e nel mantra della conclusiva “Last Kind Words” si chiude l’incontro con i demoni reso piacevole dalla musica, vero strumento d’emancipazione delle donne del Blues. Elisa è disinvolta, suona tutti gli strumenti e fa sue le dieci canzoni riuscendo nel tributo senza tralasciare nulla al caso. Complimenti.

Rosa Selvaggia Obscure Magazine – Luca Sponzilli 25/06/2021

Countin’ The Blues, nuovo disco di Elli De Mon, prende le mosse dal libro che la cantante e polistrumentista ha scritto sulle donne che hanno fatto la storia del genere negli anni Venti (2020, Arcana Edizioni), offrendo all’ascoltatore un’ideale colonna sonora con brani di Ma Raney, Bessie Smith, Elizabeth Cotten e le altre protagoniste del suo racconto. Semplice? In realtà, si direbbe tutto il contrario, perché per la sua prima uscita su Area Pirata, Elli De Mon ha scelto di non attenersi alle versioni originali, ma di reinterpretarle secondo il suo stile sfaccettato, di volta in volta sporcandole con un piglio punk (cfr. “Downhearted Blues”) o donando loro una nuova veste con l’utilizzo di lapsteel, sitar, organo, dilruba, oltre a chitarra e batteria. Ovviamente tutto suonato in prima persona e senza aiuti esterni, esclusa l’unica guest Giusi Pesenti, ai cucchiai su “Wayward Girl Blues”.

Il trattamento subito dai brani fa di questo Countin’ The Blues un lavoro che esula dallo stretto giro degli esperti e appassionati proprio perché riesce a donare una seconda vita ad alcuni classici e vari episodi meno conosciuti della tradizione, attualizzandoli con un tocco personale pur senza mancare mai di rispetto e ammirazione per le autrici/interpreti originali. Non era un’operazione semplice né, tantomeno, esente da rischi eppure Elli ha dalla sua un’esperienza decennale e questo è il suo sesto album; un percorso che a quanto pare si è dimostrato fondamentale per costruire il necessario bagaglio di conoscenze e la dimestichezza con la materia per osare aggiungere la sua firma agli arrangiamenti tanto convincenti quanto mai fuori fuoco.

Ancora una volta, nelle note di copertina, troviamo il nome di Tommaso Mantelli, che ha aiutato l’artista a fotografare su disco le sue intuizioni e a far girare il tutto come si deve. Si tratta, va da sé, di un viaggio in note che racconta storie di blues e pertanto in qualche modo fedele alle basi di quel linguaggio con cui gioca e flirta durante tutta la sua durata, ma è anche un lavoro che prende più di una volta di sorpresa e mischia piacevolmente le carte in tavola.

Michele Giorgi – The New Noise 11/09/2021

E’ brava Elli de Mon (Elisa De Munari), non solo suona blues (quel blues rurale che risale ai primi del 900) ma riesce a dargli un respiro nuovo, antico e moderno insieme e diciamolo non è una questione di sola tecnica; il blues è una musica particolare, bisogna “sentirlo”, “subirlo”, è uno stato d’animo che spesso non lo si sceglie ma si viene scelti (lo sappiamo cosa state pensando, no, il colore della pelle conta fino ad un certo punto). Elli de Mon è Elli de Mon, dal ricco ed efficiente Veneto (Piacenza) alle melmose paludi del Mississippi, ai campi di cotone della Georgia fino alla polvere delle praterie della Louisiana, un bel sentire che profuma di un blues arcaico ma soprattutto dei suoi demoni e fantasmi (sempre attuali, ieri come oggi); una rivisitazione, quella di Elli, a volte spettrale, disturbante ma che sa farsi anche dolce e malinconica, una musica altrimenti destinata all’oblio ma che qui torna a pulsare di vita propria, direttamente dall’inferno delle nostre umane miserie (colore zona geografica qui perdono di qualsiasi significato). Album composto esclusivamente da cover ed il perchè ha un motivo, una storia; nasce da un libro, Countin’ The Blues: Donne Indomite (2020, Arcana Edizioni), che Elli de Mon ha scrtitto in un momento particolare della sua vita, quello che solitamente noi maschietti diamo per scontato ma che in realtà è uno spartiacque, non indolore, fra un prima ed un dopo, se non avete capito di cosa stiamo parlando ve lo diciamo noi, la gravidanza; un libro dedicato alle grandi donne del blues degli anni 20 (quelli del secolo scorso), Memphis Minnie, Bessie Smith, Alberta Hunter, Elizabeth Cotten, solo per citarne alcune, un libro che vi diciamo subito (per onestà) non abbiamo letto (purtroppo la musica ci divora, come un demone, la maggior parte delle energie mentali), quello che possiamo dirvi è che il passo dalle “parole” ai “suoni” è stato breve e questo Countin’ The Blues (Queens Of The 1920S) è praticamente un omaggio alle storie di queste donne, alla loro musica, donne indomite appunto. Bellissima artwork (di Denis Ulliana) dove in primo piano troneggia una hollow body guitar elettrificata che è tanta ma tanta roba, album pubblicato in questo ancora in divenire 2021 per la piccola e coraggiosa etichetta Area Pirata Records (non nuova su queste pagine) ma che con questa scelta, ottima e non scontata, si pone al di sopra di molte altre label ben più blasonate.
E’ vero, come al solito ci perdiamo in chiacchiere forse inutili ma la musica, se non si vuole ridurla ad un sottofondo buono solo per i supermercati, è anche questo ed è un “perdersi” con il quale ci confrontiamo con piacere (ed a nostro rischio), “poi” c’è la musica; Elli scrive, arrangia e suona tutto da sola ( molto naturalmente, senza cercare un di più od effettare inutilmente i suoni), solo in Wayward Girl Blues si fa accompagnare dalla brava Giusi Pesenti ai cucchiai (spoons), un blues tutto al femminile dove Elli (questo è il suo sesto album ed una attività live di tutto rispetto) reinterpreta in un modo del tutto personale sia classisci che brani più sconosciuti di donne che nel loro “piccolo” sono state una voce “fuori dal coro” (un coro tutto al maschile) ma c’è un di più (altrimenti il tutto si ridurrebbe ad un “semplice” riproporre brani appartenenti ad un remoto passato), la voce e l’approccio di Elli che ci ricorda quello di Diamanda Galas, una voce dolce ma che sa farsi oscura, aspra, ricca di sfumature, alle volte “inquietante”; non stiamo dicendo che questo Countin’ The Blues sia un “capolavoro” ma è sicuramente un bell’album, crudo, onesto, quella musica “fatta bene” che è la nostra bussola.
Qui ci muoviamo di pancia e d’istinto, non aspettatevi la classica lista della spesa, quello che ci interessa è darvi un primo input, speriamo giusto, se scegliere di approfondire o meno sarà, come sempre, solo una vostra scelta, ed ecco allora la delicata Freight Train (Elizabeth Cotten, primi anni 20) un blues-roots che profuma di quelle ninne-nanne dolci amare senza tempo, un pezzo “semplice” tutto giocato sulle note di una chitarra acustica e con un bellissimo cambio armonico nel refrain, c’è il blues di Prove It On Me Blues della grandissima Ma Rainey, qui in una versione elettrica, sporca, ridotta all’osso eppure rispettosa dell’originale. Blue Spirit Blues (scritta dalla sfortunata Bessie Smith) è quell’abisso sul quale ci affacciamo tutti i santi giorni, un brano senza tempo, cupo, qui in una versione più “corale” e c’è poco da aggiungere, tanto di cappello; su atmosfere più morbide è When The Leeve Breaks (Kansas Joe McCoy e Memphis Minnie), solo chitarra e voce, un viaggio che sa di polvere e strade perse nel nulla, di crocicchi, di anime vendute al diavolo, il tutto però “addolcito” dalla voce di Elli.
C’è anche altro, Elisa non si accontenta ma osa (questo per i puristi) andare oltre, come ad esempio nelle sferzate garage rock (ma sempre di blues si tratta) di Downhearted Blues (Alberta Hunter, 1922) con dei cori che vi trascineranno nei più remoti angoli della vostra anima e di Shave ‘Em Dry (Ma Rainey, 1924), anche qui un gran bel sentire ma ci sono anche Last Kind Words (di Geeshie Wiley, quanta storia dietro) e Dope Head Blues (di Victoria Spivey) entrambe ricamate sulle note di un sitar indiano, scelta forse discutibile ma che in questa veste acquistano un senso di drammaticità oscura che eleva l'”arte povera” del blues a materia ancora viva e plasmabile. Ma non vogliamo rovinarvi la sorpresa di scoprire da soli questo lavoro nella sua interezza (perchè lo merita); qui chiudiamo lasciandovi alle splendide note (e voce) di Trouble In Mind (brano scritto dal pianista Richard M. Jones e successivamente reinterpretato da molti artisti fra i quali la splendida Nina Simone e della quale riparleremo in un articolo a parte), prima però un consiglio (si dice così ma qui di consigli non ne diamo per cui fate un pò come vi pare), se ne avete la possibilità e voglia andate a riascoltarvi i brani originali, questo perchè ne vale la pena (per bellezza e per le vite e storie che ci sono dietro) e per comprendere la rilettura (e respiro) che Elli de Mon riesce a dare a questa musica. Da Roots! è tutto e come sempre buon ascolto.

Smith, Ma Rainey) o meno (Lottie Kimbrough) note al grande pubblico.

La versione in vinile del disco si apre con la facciata elettrica dove Elli De Mon mostra tutta la sua maestria non solo di polistrumentista, quanto di ottima arrangiatrice, restituendo una carica ancor più rabbiosa a brani come “Prove It On The Blues” di Gertude Ma’ Rainey sferragliante sulle linee disegnate dalla slide guitar, per poi passare a “Blue Spirit Blues” di Bessie Smith salmodiata dapprima come l’originale per poi venire rivestita di un oscuro quanto intrigante mantra sonoro che ne eleva la carica mistica. Il classico “Downhearted Blues” di Alberta Hunter viene anch’esso caricato di elettricità e spinto sull’acceleratore nei territori del garage rock, così come “Shave ‘Em Dry” di Lucille Bogan che sembra uscire da uno dei dischi migliori di PJ Harvey. Ma uno dei capolavori di arrangiamento Elli De Mon lo mette in atto quando prende in mano il sitar per trasformare “Dope Head Blues” di Victoria Spivey che viene trasformato in un mantra psichedelico.

Il Lato B dell’album presenta versioni un po’ più canoniche rispetto agli originali, partendo dalla leggendaria “Freight Train” scritta dalla giovanissima (14 anni!) Elizabeth Cotten ed interpretata dalla De Mon, con un delicato tocco acustico di fingerpicking quasi fedele all’originale. “When The Levee Breaks” di Memphis Minnie viene trattata anch’essa allo stesso modo accentuandone la leggerezza con un piglio più vivace. Il brano successivo pesca nel repertorio di una delle artiste meno conosciute dell’intero lotto, vale a dire Lottie Kimbrough della quale viene ripresa “Wayward Girl Blues” vivacizzata sul finale da un handclapping.

Trouble In Mind” di Bertha ‘Chippie’ Hill che nella versione originale contiene un bel featuring di Louis Armstrong viene scarnificata e riportata nell’alveo più classico del blues con un arrangiamento acustico molto lento che sembra voler mettere in risalto il lato più delicato della femminilità di queste donne indomite.

Nella versione in vinile in chiusura del disco viene posta come bonus track “Last Kind Words” di Geeshie Wiley che viene elettrificata e trasformata in un raga come quello posto in chiusura del lato A, quasi a sugellare la chiusura di un cerchio di un disco al quale va riconosciuto non solo l’ottimo spessore artistico che lo permea, quanto la meritoria opera di tenere accesa una luce su queste grandi donne e sulla loro arte oramai quasi dimenticata.

Roots! #206 – Simone Rossetti 19/06/2021

Dopo le esperienze con varie band, da circa otto anni Elli De Mon – Elisa De Munari per l’anagrafe – porta avanti con riscontri significativi una carriera davvero in solitaria sotto il segno del più puro blues. In discografia, un 45 giri, un EP, un CD “split” con Diego DeadMan Potron e gli album Elli De Mon (2014), II (2015), Songs Of Mercy And Desire (2018) e, da pochi mesi, Countin’ The Blues (Queens Of The 1920’s), seguito musicale al suo libro omonimo del 2020 dedicato alle intrepide signore del blues anni ’20: dieci adattamenti (uno in meno nel CD) “in chiave rock” di brani più o meno oscuri proposti illo tempore da eroine quali Bessie Smith, Memphis Minnie, Elizabeth Cotten o Ma Rainey tra incisive saturazioni chitarristiche, batteria essenziale ma vigorosa, guizzante lap steel, inserti di sitar e dilruba e canto magneticamente evocativo. Ecco la versione integrale dell’intervista che le ho fatto per il numero di Classic Rock dello scorso settembre.

La tua folgorazione per il blues in un flash.
Guardando a posteriori i miei ascolti di adolescente e di adulta, direi che il blues – nel senso più ampio del termine – è il comune denominatore di tutti gli artisti ai quali sono affezionata, dai White Stripes a PJ Harvey. Se però parliamo di epifanie, sono due: un concerto di Jack Rose, di una quindicina di anni fa, un uomo solo e la magia della sua chitarra. Attraverso di lui ho capito l’accordatura aperta, il fingerpicking e il valore del silenzio. Quella sera disse poche parole, ma i suoi silenzi parlavano… il modo in cui dava respiro alle note, alle pause. Quella notte io e miei coinquilini lo ospitammo e gli chiesi da dove nascesse quel modo, quell’esigenza di suonare, e lui semplicemente mi rispose “il blues”. Da lì ho cominciato a cercare… e si arriva al secondo episodio, ossia Il giorno in cui ho posato sul piatto un disco di Fred McDowell. Appena la sua musica è uscita dalle casse è stato come se il cerchio si chiudesse e tutto acquisiva un senso. Era come se avessi trovato l’origine del tutto.

Perché la formula della “one-woman band”? Eri rimasta in qualche modo delusa dalle tue precedenti esperienze come componente di una band?
Sono un lupo solitario e una persona pragmatica, e nei gruppi in cui ho suonato la presenza di altri comportava un continuo scendere a compromessi. Un mio difetto è di essere intransigente, almeno per quanto riguarda il lato artistico della mia vita: non c’è verso di farmi fare una cosa che non mi va. Credo dipenda dal fatto che, proprio per conservare una certa libertà di pensiero ho scelto di avere un lavoro fisso che mi garantisca una certa autonomia nella quotidianità. Di conseguenza non sono obbligata a fare scelte artistiche che non giudico autentiche perché, altrimenti, non potrei portare a casa la pagnotta. Non è facile avere le stesse vedute con altre persone, specie a una certa età (quale io ho). Di conseguenza fare da soli, anche se molto faticoso, può rivelarsi più agevole.

Il tuo stile ha molte sfumature, ma mi è parso di rilevare una certa attenzione per il mondo esoterico e per il “dark”. Da dove deriva questa fascinazione?
Come ho detto in precedenza, sono una persona pragmatica, concentrata su una quotidianità piuttosto organizzata. È probabile che il mio lato esoterico abbia origini in parte inconsce, per compensare questo mio essere molto materiale e razionale. Sono laureata in etnomusicologia e di sicuro l’incontro con altre culture, come quella africana e soprattutto quella indiana, ha scatenato in me l’attrazione verso aspetti oggi poco sondati dalla nostra cultura, se non in modo superficiale e dogmatico, quali il sacro e la sua dimensione simbolica. Ecco, direi che più che l’esoterico mi incuriosiscono questi temi. Di conseguenza mi piace interessarmi alla musica folklorica e a come le diverse culture si rapportano a quelle sfere che da sempre interrogano l’uomo e lo spaventano. Per quanto riguarda il “dark”, in effetti le musiche che da sempre mi colpiscono, siano esse di matrice classica, folklorica o pop/rock, sono scritte in modi minori. Per un periodo mi sono obbligata a scrivere solo in maggiore. Mi riconosco molto nella musica modale, probabilmente perché ha delle componenti ataviche, ancestrali. Forse il lato scuro è legato a questo. Tuttavia non mi piacciono molti dei gruppi definiti dark, li trovo un po’ noiosi, un po’ chiusi su se stessi. Un po’ depressi (ride, NdI).

Da solista hai fatto tanto e raccolto consensi, specie all’estero. Sei rimasta stupita dallo sviluppo rapido e proficuo della tua carriera?
Mah… In fondo suono da una vita, lo sviluppo non è stato poi così rapido. E poi la mia vita sui palchi è veramente fatta di alti e bassi, sempre dalle stelle alle stalle e viceversa. Il giorno prima sono a suonare su un palco gigante di un bellissimo festival e il giorno dopo vicino al cesso del bar della stazione, con davanti solo quattro vecchi e il loro spritz. È difficile raggiungere una costanza, ma in fondo va bene così: mi fa tenere bene a mente quanto le cose siano sfuggevoli e mi mantiene con i piedi ben piantati a terra. E, cosa non scontata, il mio ego capriccioso a volte riceve delle belle scosse che lo costringono a ridimensionarsi. All’estero, prima della pandemia, avevo un bel giro, spero che a breve si potrà tornare su quei palchi.

In quanto donna, hai incontrato qualche difficoltà a essere presa sul serio?

Diciamo che molto ha a che fare con il tipo di scelte che si fanno. Ho evitato certi ambienti, perché per me puzzano… o, semplicemente, non ho il carattere adatto per averci a che fare. Nei posti che frequento – circoli culturali, ARCI, associazioni – ho trovato sempre molto rispetto. Va da sé che questi luoghi sono già sensibili a molte tematiche. Il discorso cambia quando hai a che fare con situazioni più mainstream, dove il tipo di narrazione è più stereotipato. Per risparmiare il mio fegato ho detto no. In questi anni mi sono fatta begli amici e amiche che con me condividono una vita sempre sulla strada, a suonare ovunque, dai bei palchi ai cessi dei bar dei quali dicevo prima.

Il tuo nuovo album è un tributo alle storiche blueswomen e segue un libro sullo stesso argomento. Immagino che ambedue abbiano alle spalle motivazioni non solo musicali…
Certo. Per me le loro canzoni sono una porta di accesso a un senso individuale e sociale del vivere, il loro blues è un vero e proprio modo di vedere la vita. Hanno usato il blues come un mezzo per raccontare la verità, testare i propri sentimenti, trovare la propria voce. Le loro canzoni sono state una via per nominare il proprio dolore, riconoscerlo e, forse, guarire. Hanno sollevato dei temi cruciali: l’abuso sessuale, l’omosessualità, il bisogno di riappropriarsi del corpo. E lo hanno fatto cent’anni fa, ben prima dei movimenti di emancipazione femminile dei ’60 e dei ’70, e per averlo fatto sono anche finite in prigione. A me sembra assurdo che nessuno abbia restituito a queste donne il loro valore politico, oltre a quello musicale. Ho trovato pochissima letteratura su queste artiste e spesso solo specifica, come articoli universitari. Credo che lo stigma razziale e di genere abbia ancora un certo peso. Nel mio piccolo volevo contribuire a diffondere la loro visione, a far capire quanto sia attuale e quanto il loro modo di fare musica sia stato un esempio politico da seguire, al di là del colore della pelle. Non sono afroamericana e certo non voglio portare avanti un’operazione di appropriazione culturale di un universo che non mi appartiene, riconosco che le mie radici sono completamente diverse. Ma con loro ho agito e agisco per empatia. E spero che molti altri possano farlo.

Ti sei posta obiettivi per il prosieguo, oppure vivi in qualche misura alla giornata?

Di cose in pentola ne bollono ma. anche visti i tempi, vivo un po’ alla giornata. Sicuramente continuerò a progettare e a portare avanti le mie idee, e se potrò realizzarle… ben venga. Al momento, però, ci vado cauta.

(in parte da Classic Rock n.106 del settembre 2021)

Federico Guglielmi – Ultima Thule 23/11/2021

1ère collaboration entre Elli De Mon et le label italien, ces disques précédents étaient sortis (chronique ici : https://voixdegaragegrenoble.blogspot.com/2016/09/chronique-elli-de-mon-dustroy-la.html) sur Pitshark Rds. Ce qui pouvait paraître une association surprenante, mais on s’en fichait tellement cet album était formidable !

De même, la retrouver sur Area Pirata peut sembler une idée biscornue. Sauf que les deux protagonistes étant habitués à l’excellence et ont une passion commune pour la musique c’était évident que ça devait matcher !!!!

Moins orienté mysticisme, et plus en plongée dans les racines profondes du Blues (dépouillement, guitare acoustique et forcément un peu de folk) la diva prouve qu’elle est toujours aussi habitée par la musique qu’elle aime.

C’est profond, sombre mais irradiant et puissamment émotionnel !

Elli De Mon ne joue pas un Blues de blanchette, ni un truc de zicos qui empilent les démonstrations vaines, elle fait la musique d’une femme libre !

Elle sait aussi jouer musclé et écrase les reste du fantomatique Jon Spencer quand elle s’y met vraiment !

A chaque fois que je reviens vers cet album je me dis que le package Elli De Mon / Area Pirata c’était finalement une évidence ET un ticket gagnant !

Bertrand Tappaz – 21/02/2022 – VOIX DE GARAGE GRENOBLE

Elli De Mon is an Italian one women band, Countin’ The Blues….is her sixth album,
and is what it says on the tin, clues are in the title. Ten tracks of music originally performed in the 1920’s by the forgotten (unlike their male counterparts) American female blues musicians. Elli De Mon has injected a new garage punkish soul and sleaze into their songs, with guitar, lapsteel, organ, drums and sitar all played by Elli, these are well produced, dirty, simple, solid and sexy songs that storm the gates of hell. A fuckin’ amazin’ stuff. Fuck Jack White! This is Elli De Mon!

NUZZ Prowling WOLF Blogspot 28/05/2021

Diggin’ The Dirty on Century Old Blues.

Elli De Mon will be a new name to 99% of the people reading this review; because she’s from Italy and even though she has trawled the Blues Clubs and Festival Circuit of mainland Europe for the last ten years or more; but ‘boy oh boy’ does she have a dose of the Blues!
Many of you will already know my principled theory on the cover artwork on albums by artistes I don’t know ……..would I pick it up in a Record Shop?
In this case, it’s a resounding YES!
Then; does the cover represent the music therein? Hmmmmm …… mostly yes; but I doubt even 1% of casual purchasers would be disappointed …. although Blues Purists are in for a very bumpy ride.
During a pregnancy a couple of years ago De Mon wrote a book COUNTIN’ THE BLUES : INDOMITABLE WOMEN and has now recorded a bunch of songs by these women; the Godmothers of the Blues as we know it today.
As soon as you hear that sparkling Resonator opening to Ma Rainey’s Prove It On Me Blues you will know if you are in or out; if you’re in …. you are in for a veritable treat.
Although I have the album from the recent Ma Rainey album; it sure don’t sound nuthin’ like this! To some degree Elli gives this century old song a Bentonia makeover; and now it’s one helluva foot-stomper.
While most of the names that originally recorded these songs are known to me; the songs invariably aren’t and it has to be said; Elli De Mon’s 21st Century reinventions make comparison superfluous anyways.
You get where we’re going as early as the second song; Blue Spirit Blues, first sung by Bessie Smith but now a dark and almost Gothic tale that will set your hair standing on end.
As the tempo and intensity picks up what follows will often send dogs scuttling for cover, as Elli turns Dope Head Blues into a Stones style Psychedelic sucker punch to the gut; Alberta Hunter’s Downhearted Blues and the infamous Shave Em’ Dry are now Punk infused Chicago Blues that conjure up memories of the first time I ever saw the Damned AND The Legendary Shack Shakers ….. Yikes!
Mercifully things slow down a bit on the B-Side of the album (second half of the CD) with Elli, taking a trip down memory lane in Greenwich Village on the winsome Freight Train and When The Levee Breaks; where her slide work is simply exquisite.
It’s been fun selecting an actual Favourite Song here; as there is so much to choose from. Although I love the first four of five power-punk Blues tracks; I’m erring towards the simplicity of the latter solo acoustic work; with De Mon’s woeful vocals and guitar picking on the charming Trouble In Mind being simply breath-taking at times; but I’m being drawn to the jaunty rendition of Lottie Kimbrough’s Wayward Girl Blues as an actual Favourite as it ticks every box I have for Acoustic/Country Blues; great story, singing, guitar playing and in this case; accompanying hand claps.
While there are two very different and distinctive sides to this album; there is so much to enjoy I’m nearly lost for words. On the one hand it’s been a great introduction to Elli DeMon; but also it’s something of a gateway to the long forgotten talents of women who helped create the Blues we all love and adore 100 or more years after they first wrote and sung these songs ….. and for that alone, I tip my hat to Ms Elli DeMon.

The Rocking Magpie – Americana, Blues, Folk, Alt and Country Reviews from a Bunch of Intrepid Music Lovers 08/07/2021

FEMALE blues singers of 1920s America captivated a contemporary Italian musician to the extent that she whiled away her pregnancy writing a book about them.

Now Elli De Mon’s UK album debut, effectively a soundtrack to Countin’ The Blues: Indomitable Women, offers her one-woman-band approach (playing guitar, lapsteel, organ, drums and sitar) to ten of the songs she wrote about in tribute to women whose art has now been forgotten by most.

Tracks range from virtual standards like Elizabeth Cotten’s Freight Train and Bessie Smith’s Blue Spirit Blues to some darker material (most specifically Lucille Bogan’s Shave ‘Em Dry) that was known in its day as ‘dirty blues’ – and is too explicit for broadcast even a century down the line.

Others to receive Ms Mon’s arresting attention include Bertha ‘Chippie’ Hill, along with Alberta Hunter, Lottie Kimbrough and Elli’s reading in this week’s programme of Memphis Minnie’s When The Levee Breaks – which has even been covered by Led Zeppelin (Led Zeppelin IV, 1982). (Image of Bertha ‘Chippie’ Hill – copyright William P Gottlieb)

A later arrival on the scene was jazz and blues singer Louisa Dupont from New Orleans whose partnership, personal and professional with guitarist Danny Barker, created quite a stir.

So too, did their penchant for risqué recordings. By now known as Blue Lu, and backed by Danny’s Sextet (I’m not making this up!) their Don’t You Feel My Leg (1938) remains among their better-known songs.

Others include Georgia Grind, Look What Baby’s Got For You and I Feel Like Layin’ In Another Woman’s Husband’s Arms – which you can hear in this week’s programme.

But it was their mainstream recording for Capitol of the syncopated and catchy A Little Bird Told Me with its call-and-response chorus that really clicked with the record-buyers of 1948.

Colin MacDonald – Folkal Point 25/08/2021

Stunning covers album from Italian Elli de Mon, paying tribute to the early female blues singers and songwriters

Elli de Mon, Italian one-woman blues band, has been wowing audiences across Europe for the last few years. She has released six acclaimed albums since 2014, and her latest, ‘Countin’ the Blues’, is a tribute to the often overlooked early female blues artists. Her book, ‘Countin’ the Blues: Indomitable Women’ was published in 2020, and has inspired an album of covers delivered in de Mon’s own unique style. Recorded at Lesder Studio in Treviso for Area Pirata Records, the album was engineered by Tommaso Mantelli.

The impressive opener, ‘Prove It On Me’, is a take on Gertrude ‘Ma’ Rainey’s tale of of a woman who loves women and likes to dress as a man (“They say I do it, ain’t nobody caught me/Sure gotta prove it on me/Went out last night with a crowd of my friends/They must’ve been women ‘cos I don’t like no men”). De Mon plays a rollicking lapsteel with flair and aplomb. This is followed by ‘Blue Spirit Blues’, Bessie Smith’s dark tale of a dream of the Devil, fuzzy guitar underpinning haunting vocals and creating a fittingly eerie atmosphere.

A song by Alberta Hunter, ‘Downhearted Blues’, is given the garage band fuzzbox treatment, as is Lucille Bogan’s ‘Shave ‘Em Dry’, spikily transformed here into an almost punky number. A further change of mood follows as Victoria Spivey’s ‘Dope Head Blues’ is reworked into a slightly discordant sitar-led Eastern drone.

De Mon surprises again as she transforms Elizabeth Cotten’s rather bleak ‘Freight Train’ into a sweet and sleepy acoustic number, her breathy vocals matching its musical mood. Lottie Kimbrough’s ‘Wayward Girl Blues’ is given similar treatment, before the pace quickens and handclaps beat time to an upbeat finish. Memphis Minnie’s ‘When the Levee Breaks’, made famous by the explosive Led Zeppelin cover, here in de Mon’s version conveys a stark brooding sense of urgency. Final track ‘Trouble In Mind’ by Bertha Chippie Hill is followed by a glorious Raga Bhairavi treatment of Geeshie Wiley’s ‘Last Kind Words’ (this track is only available on the vinyl version of the album).

A wonderful set of songs in a myriad of styles, ‘Countin’ the Blues’ establishes Elli de Mon as a fine interpreter of the blues and a highly accomplished musician.

Pennyblackmusic – jULIE cRUICKSHANK 06/2021

Big in Europe, Italian-born de Mon is a blues guitarist and singer who takes her influences from the early blues tradition filtered through garage punk. During her recent pregnancy, she wrote a book, Countin’ The Blues : Indomitable Women, about female blues artists of the 20s such as Bessie Smith and Ma Rainey, subsequently deciding to extend that into an album, her first for her new label, in tribute to the same, mixing familiar standards with some long lost treasures, playing guitar, lap steel, organ, drums and sitar and arranging the material to suit her own style.

It’s a Ma Rainey number that gets the ball rolling, slide guitar laying down the licks for ‘Prove It On Me’ as the drum thump kicks in, holding the tempo back with a sense of coiled tension before turning to Smith for a breathily-delivered, prowlingly slow burn gospel-infused ‘Blue Spirit Blues’.

Some lesser-known names follow, first up being Memphis-born Alberta Hunter, the song chosen being perhaps her best known, ‘Downhearted Blues’, a co-write with Lovie Austin that went on to be a big hit for Smith. The original is more of a jazz number, but here de Mon cranks up the pace with a rumbling garage bass riff for more of a dirty Cramps/White Stripes feel. One of the first female blues singers to be recorded, Mississippi’s Lucille Bogan was ranked alongside Rainey and Smith, her songs being recorded by BB King and Blind Blake. Here she’s represented by ‘Shave ‘Em Dry’, one of her vaudeville-like numbers, transformed into a dirty, driving stomp with echoey, mixed back urgent vocals and highlighting her generally sexually explicit lyrics (“I got nipples on my titties, big as the end of my thumb, I got somethin’ between my legs’ll make a dead man come”).

Despite having worked with such names Louis Armstrong, King Oliver, Clarence Williams, Lonnie Johnson and even Bob Dylan, Texas’s Victoria Spivey, sometimes known as Queen Victoria, will be unfamiliar to most, the choice here being her 1927 song with Johnson, ‘Dope Head Blues’, a lazing narcotic number now revisited as a sitar-coloured psychedelic drone.

It’s back to familiar territory with a stripped back acoustic fingerpicked and child-like voiced version of Elizabeth Cotton’s ‘Freight Train’ followed (despite what the sleeve listing says) in similar vein with a frisky reading of Memphis Minnie’s ‘When The Levee Breaks’.

It ends with two now more obscure names, the first being country blues singer Lottie Kimbrough, again hewing to acoustic slide and fingerpicking for ‘Wayward Girl Blues’, followed in slow picked acoustic blues mode by ‘Trouble In Mind’ written by Richard M. Jones and popularised by Bertha ‘Chippie’ Hill from South Carolina, who recorded it in 1924 with Louis Armstrong on trumpet.

The vinyl version comes with a bonus cut of Geeshie Wiley’s ‘Last Kind Words’, but those confined to CDs and downloads should be more than happy with this outstanding collection.

FATEA RECORDS MAGAZINE (UK) – Mike Davies 16/06/2021

This is modern Italian blues woman Elli De Mon’s seventh album and was recorded as an accompaniment or soundtrack for her book Countin’ The Blues Indomitable Women that I’d love to read an English translation of. This album covers some absolute classic blues songs of the 20’s, many of them have been covered endlessly over the years and she still manages to bring something to these great old songs, all that was missing for me would be some songs by Sippie Wallace and Wynonie Harris. Elli is a one-woman band and plays everything herself.

The album opens with her version of Ma Rainey’s Prove It On Me Blues with great resonating guitar and very blowsy vocals as she starts to stomp along with this good down at heel tale of betrayal.

Bessie Smith’s majestic Blue Spirit Blues is a slow spiritual blues howl of pain, that is as influenced by Lydia Lunch singing the blues, as it is by Bessie Smith and would also sound great next to some PJ Harvey, as while it stays true to the original it’s a great contemporary almost Cypress Grove style update on it musically.

The version of Alberta Hunter’s Downhearted Blues rumbles like a freight train going round a curve while having the intensity of how Guadalupe Plata treats the blues as the howling harmonica scream along with the backing vocals on this is deliciously dark song.

Lucy Bogan’s huge hit Shave Em Dry is next, a song that turns up on countless Vintage sex song or female blues compilations, this is a good, distorted update, gone is that hissy warmth of the original and now we have pulsating Rezophonic guitar driving this along like Left Lane Cruiser being fronted by PJ Harvey giving this every bit as much danger as the original had when it came out back in the 20’s.

Next up is a take on Victoria Spivey’s first million selling single Dope Head Blues that Blind Lemon Jefferson had the first hit version of, although I prefer Victoria’s own version of one of the first big hit singles about being strung out on heroin and dope. Elli almost turns this into a Persian Raga blues and takes a song I own dozens of versions of and totally makes it her own in a wonderful way this ought to be another hit version of this timeless song of addiction and despair.
Elizabeth Cotton’s Freight Train is a song I really have lost count of the versions I own of it, as dad loved this song so much it has been ingrained in my mind for a good 50 years now. This is played just with an acoustic guitar being carefully plucked with nice whispery vocals that owe as much to Nancy Whisky as to Elizabeth Cotton.

Lottie Kimbrough’s Wayward Girl Blues is also played acoustically and takes us down to Louisiana sat on a porch as her pain pours out for all the trouble she’s in and has caused.

The Memphis Minnie standard When The Levee Breaks strips the song right back to its roots and has none of the bombast of certain rock takes on this classic as you get to really hear the sad trauma in the lyrics unfold.

Not sure I’ve ever heard Bertha Chippie Hills original for Trouble In Mind but I do, like most music fans own a good few versions, so this one is a carefully strummed and plucked take on it, that is close to the Geoff Farina/Chris Brokaw version.

Sadly as my review copy is on cd I haven’t heard her take on Geeshie Wiley’s Last kind Word Blues that is the bonus song on the Vinyl version of the album. Damn I love that song but then I love pretty much all the songs on this very fine album.

WHISPERINANDHOOLERIN.COM (UK) – Simon Ovitch 17/06/2021

FEMALE blues singers of 1920s America captivated a contemporary Italian musician to the extent that she whiled away her pregnancy writing a book about them.

Italian blues musician Elli de Mon has released a dazzling new album, covering songs by early female blues artists in her own unique style. She speaks to Pennyblack about learning lapsteel and sitar, punk and garage influences and her experience of playing the blues all over Europe.

Pennyblackmusic: Your new album ‘Countin’ the Blues’ is highly impressive. You have used many instruments, including lap steel and sitar. Could you tell us a little about the lap steel?

Elli de Mon: The first time I met the lap steel it was at a Ben Harper show, in the late ’90s. I was a teen and I was really fascinated by the warm sound of this guitar. I was studying classical double-bass at the time so I was already familiar with a fretless instrument and I wanted to try the lap steel but I couldn’t find one. I gave up and forgot about it for many years until I found a good luthier living close to my town. He built one for me four years ago and I started writing songs on it. It has a really clear sound and it is great for acoustic stuff, but I use it with a lot of fuzz also. It’s great fun!

PB: How long have you been playing the sitar? How does it compare to guitar and lap steel in terms of ease of playing?
EDM: I studied sitar for seven years during my 20s. In my town, Vicenza, there is a great course at the conservatory in Indian music and I attended it for six years. Then I have been to India to my Pandit twice. But it’s been a while now – let’s say I quit Indian classical music. It is really difficult, especially for a western classical musician like me. If you want to really get into it you have to move to India and study for many hours a day. But that wasn’t my path. Maybe in my next life. Sitar is a completely different world compared to guitar. I mean, if you want to play just easy pop tunes it is not so hard to play, but if you want to get into Indian music, well, it’s really, really difficult. You need to improve your ears a lot and ragas are a very complex system: fascinating and beautiful, with their own rules.

PB: Do you feel that female blues artists have sometimes been overlooked in retrospect?

EDM: Yes I do. When you read books about blues, female artists are rarely mentioned, except for commercial hits. But they did a lot, especially blueswomen of the 20s. They sang about sex, violence, job rights, religion, racism. A lot of historians of the blues claim that this music is not political at all, but when a woman sings out loud about sex violence and her need to fight for her rights, well… is she not political? Then I discovered really great guitarists, like Elizabeth Cotten and Memphis Minnie. They need to be much better known. PB: Are there any plans for your book ‘Countin’ the Blues – Indomitable Women’ to be made available in an English version? It looks like a fascinating read. EDM: I will think about it. My book talks a lot about Italian music scene compared to what blueswomen sang 100 years ago. That’s why I didn’t think about an English version of it. But a lot of people are asking for it.

PB: There are a lot of punk/garage credentials too in your sound. How have these genres influenced you in terms of writing and performance?

EDM: A looooot! I grew up with the music of the Stooges, Jon Spencer Blues Explosion, the White Stripes and many more. I love their sound, especially of the guitar. I always search for great guitar riffs when I write, my music would not exist without them. My performances are full of energy, I am a pretty shy person and I try to hide it when I play – letting the music talk for me.

PB: You have toured all over Europe. In your view are there any particular countries which love the blues more than others, or is it popular all over?

EDM: In France I found a lot of interest in blues music. Even in Belgium and Germany. Italy is still lazy about this kind of music. And I’ve never been to the UK.

PB: Who are some of your favourite UK musicians and bands?

EDM: Apart from the classics, I would say PJ Harvey, Spiritualized, The Kills, who are half-English, the Smoke Fairies, Heymoonshakers, Arctic Monkeys, Blood Red Shoes, the Jim Jones Revue, and Little Fish.

PB: Do you have any plans to tour in the UK?

EDM: If the [coronavirus] emergency disappears, I would love to!
PB: Thank you.

Julie Cruickshank – PENNYBLACK MUSIC 03/08/2021

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